Quella stramaledetta deadline

Quella stramaledetta deadline
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Quella stramaledetta deadline
Negli ultimi anni, l’italiano medio non parla più: fa il “briefing”, segue il “workflow”, è sempre in “call” e ha un “mindset” vincente. A sentirli sembra quasi che abbiano tutti frequentato Oxford, ma la realtà è molto meno esaltante. Non siamo qui a difendere la lingua italiana con la spada e lo scudo dell’Accademia della Crusca, ma a difendere qualcosa di più importante: il cervello di chi ascolta e, spesso, anche di chi parla.

Infatti, infilare termini in inglese a caso in un discorso non è come usare una citazione latina. Il latino porta con sé un’aura di classicità, un profumo di antichità che dona un certo spessore, mentre l’inglesismo forzato ha più l’effetto di una salsa al curry sulla pasta alla carbonara: una roba che non si può sentire. Ma allora perché lo fanno?

Ci sono due categorie principali di “anglomanici”. I primi sono quelli che usano termini inglesi per confondere le acque. Sanno benissimo che nessuno ha voglia di chiedere spiegazioni, quindi parlano di “disruptive strategy”, “benchmark” e “engagement” per darsi un tono. In realtà, spesso non sanno neanche loro di cosa stanno parlando. Poi ci sono quelli che lo fanno per moda, perché tutti dicono “feedback” invece di “riscontro” e allora anche loro si adeguano, senza neanche chiedersi se il termine è corretto o se ha senso.

Il problema più grande è che, spesso, questi anglicismi vengono usati male. O perché si prende la traduzione sbagliata su DeepL o Google Translate, o perché non si conosce il vero significato della parola. “Location” non è solo il posto fisico, ma anche la collocazione. “Smart” non significa sempre intelligente, e “bold” non è solo coraggioso, ma anche grassetto (e tanti ne avrebbero bisogno per sottolineare le cose che dicono a caso).

E così, invece di comunicare meglio, si finisce per parlare come dei personaggi usciti da una parodia della Silicon Valley. Senza contare poi i capolavori di cringe assoluto, tipo quando qualcuno ti dice “ci facciamo una call veloce per un quick update sul task?” e tu vorresti solo fuggire in un eremo senza Wi-Fi.

Insomma, usare termini stranieri a sproposito non rende nessuno più colto o più interessante, anzi, spesso ha l’effetto opposto. E non è nemmeno un problema di difesa dell’italiano: chiunque può parlare come vuole. Il punto è un altro: parliamo per farci capire, non per fare scena. Quindi, prima di buttare lì un inglesismo, magari chiediamoci se serve davvero o se stiamo solo facendo un “overthinking” (ops… volevo dire un’analisi eccessiva).
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